Andrea Casalini

Andrea Casalini al Global E-commerce Summit di Barcellona

Oggi parlo alla prima giornata del Global E-commerce Summit a Barcellona.

Il Global E-commerce Summit è la più importante conferenza annuale di taglio Business dedicata all’E-commerce con oltre 700 partecipanti provenienti da oltre 40 Paesi.

Il titolo del mio intervento: Eataly Net, exploiting the online opportunities associated with Italian food culture top brand.

Quella di oggi rappresenta una bella opportunità di far conoscere a un’audience realmente internazionale il concept di Eataly e l’ambizione del nostro progetto di e-commerce: coniugare la passione per il meglio della nostra tradizione eno-gastronomica con competenze digitali e di servizio “world class”, per competere in modo davvero globale.

Andrea Casalini: fuga e rientro di cervelli in ItaliaUno dei temi giornalistici ricorrenti, tra quelli del declino italiano, è la “fuga dei cervelli” (il fenomeno dell’emigrazione di persone con elevata qualifica professionale). Da anni se ne parla,  spesso in termini di tendenza, a volte con qualche dato.

In realtà di dati chiari e sufficientemente affidabili ce ne sono pochi. E, come spesso succede, quando ripresi giornalisticamente, questi dati vengono trattati con superficialità senza una reale comprensione del loro significato. Per intenderci, valutare il numero di laureati che se ne va in valore assoluto o in percentuale rispetto al numero degli emigrati totali o in percentuale rispetto al numero dei laureati sono cose ben diverse.

Magari in futuro cercherò di fare chiarezza sui numeri. Oggi, invece, voglio mettere in discussione la definizione del problema. Soffermarsi sull’emigrazione dei laureati non centra, a mio avviso, il tema. Per due motivi, il primo dei quali già evidenziato da alcuni osservatori (per esempio Massimo Livi Bacci e Corrado Bonifazi o il gruppo di ricercatori italiani impegnati all’estero per conto di Aspen Institute Italia), il secondo rimasto sostanzialmente nell’ombra.

E’ veramente la fuga dei cervelli il problema?  

I confronti internazionali dicono che, almeno fino a qualche anno fa, la percentuale di laureati che andava a lavorare all’estero non è significativamente più elevata in l’Italia di quanto non sia in altri paesi europei. Nel 2000 il tasso di espatrio dei laureati italiani era stimato al 7%, inferiore alla media europea (7,7%) e nettamente inferiore al dato del Regno Unito (16,7%) e della Germania (8,8%). Il 2000 è ormai lontano e il dato italiano è  andato certamente aumentando negli ultimi anni. Tuttavia, anche in studi più recenti, nessuno ha prodotto evidenza di una situazione molto peggiore per l’Italia rispetto ad altri paesi europei.

A ben guardare, con un’economia mondiale sempre più globalizzata, il fatto che tanti laureati italiani decidano di lavorare all’estero è un fatto positivo, per svariati motivi:

  • essendo nati e cresciuti in Italia, se e quando saranno influencer o decision maker rispetto a investimenti internazionali, guarderanno forse con più attenzione al proprio paese;
  • con un network personale presumibilmente costituito anche da un elevato numero di italiani, ci saranno maggiori possibilità di accordi e collaborazioni che comprendano aziende italiane;
  • se, a qualche punto della loro carriera, avranno desiderio di rientrare in patria, lo faranno con un bagaglio di esperienza internazionale importante.

Non mi preoccuperei pertanto delle persone che emigrano, quanto del saldo migratorio. E non necessariamente guardando solo al rientro degli italiani.

Un dato che spicca nei confronti internazionali è infatti la percentuale dei laureati tra gli immigrati, molto più bassa in Italia che altrove. In altre parole, la differenza in negativo tra l’Italia e gli altri grandi paesi europei risiede non nel tasso di emigrazione intellettuale, bensì nella qualità dei flussi immigratori e, di conseguenza, nel saldo del flusso migratorio per persone con elevata qualificazione.

In base ai dati OCSE 2005 (ripresi da “International Migration in Europe: Data, Models and Estimates” edito da James Raymer, Frans Wiilekens), solo il 12,2% degli immigrati in Italia ha un livello di istruzione universitario contro il 38% del Canada, il 25,9% degli Stati Uniti, il 30,5% del Regno Unito, il 18,1% della Francia, il 19,3% del Portogallo, il 21,8% della Spagna e il 33,5% dell’Australia. Ci sono ottimi motivi per concentrare l’attenzione sulla quasi inesistente attrazione di persone qualificate da altri paesi.

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Che sia per via del sogno giovanile di fare il giornalista, che sia il bisogno di dare ordine a pensieri e idee che vanno, vengono e ritornano… eccomi ad aprire un blog.

Pensieri e idee in merito a che cosa? A ciò che mi interessa. Quindi, l’Italia (o meglio, le cose da fare per rimettere in carreggiata l’Italia), i cambiamenti nel modo di vivere portati dalle tecnologie, la sharing economy, il cambiamento climatico e l’efficienza energetica, l’economia comportamentale, il come si lavora dentro alle aziende (l’organizzazione, i valori), il rapporto tra donna e uomo nella società e nel lavoro, ma anche le mie passioni: il rugby, il running, il camminare in montagna…

Un mix di potenziali argomenti che lascerà perplessi oppure, semplicemente, disinteressati, i più; non mi posso certo offendere se, a questo punto, il bounce rate s’impenna.

Per chi invece avesse la pazienza di proseguire, proverò a mettere per iscritto i miei ragionamenti partendo da dati e statistiche che, spesso, passano inosservati. Arrivando a conclusioni che, a seconda dei casi, potranno apparire forti, impopolari o anche banali.

Un esempio di una mia convinzione impopolare? Che la mitologica espressione “mettere le mani nelle tasche degli italiani”, che compare non appena le politiche fiscali italiane si dirigono nella giusta (a mio avviso) direzione, sia propaganda di chi le mani le ha messe per anni nella cassa comune.

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