Andrea Casalini: fuga e rientro di cervelli in ItaliaUno dei temi giornalistici ricorrenti, tra quelli del declino italiano, è la “fuga dei cervelli” (il fenomeno dell’emigrazione di persone con elevata qualifica professionale). Da anni se ne parla,  spesso in termini di tendenza, a volte con qualche dato.

In realtà di dati chiari e sufficientemente affidabili ce ne sono pochi. E, come spesso succede, quando ripresi giornalisticamente, questi dati vengono trattati con superficialità senza una reale comprensione del loro significato. Per intenderci, valutare il numero di laureati che se ne va in valore assoluto o in percentuale rispetto al numero degli emigrati totali o in percentuale rispetto al numero dei laureati sono cose ben diverse.

Magari in futuro cercherò di fare chiarezza sui numeri. Oggi, invece, voglio mettere in discussione la definizione del problema. Soffermarsi sull’emigrazione dei laureati non centra, a mio avviso, il tema. Per due motivi, il primo dei quali già evidenziato da alcuni osservatori (per esempio Massimo Livi Bacci e Corrado Bonifazi o il gruppo di ricercatori italiani impegnati all’estero per conto di Aspen Institute Italia), il secondo rimasto sostanzialmente nell’ombra.

E’ veramente la fuga dei cervelli il problema?  

I confronti internazionali dicono che, almeno fino a qualche anno fa, la percentuale di laureati che andava a lavorare all’estero non è significativamente più elevata in l’Italia di quanto non sia in altri paesi europei. Nel 2000 il tasso di espatrio dei laureati italiani era stimato al 7%, inferiore alla media europea (7,7%) e nettamente inferiore al dato del Regno Unito (16,7%) e della Germania (8,8%). Il 2000 è ormai lontano e il dato italiano è  andato certamente aumentando negli ultimi anni. Tuttavia, anche in studi più recenti, nessuno ha prodotto evidenza di una situazione molto peggiore per l’Italia rispetto ad altri paesi europei.

A ben guardare, con un’economia mondiale sempre più globalizzata, il fatto che tanti laureati italiani decidano di lavorare all’estero è un fatto positivo, per svariati motivi:

  • essendo nati e cresciuti in Italia, se e quando saranno influencer o decision maker rispetto a investimenti internazionali, guarderanno forse con più attenzione al proprio paese;
  • con un network personale presumibilmente costituito anche da un elevato numero di italiani, ci saranno maggiori possibilità di accordi e collaborazioni che comprendano aziende italiane;
  • se, a qualche punto della loro carriera, avranno desiderio di rientrare in patria, lo faranno con un bagaglio di esperienza internazionale importante.

Non mi preoccuperei pertanto delle persone che emigrano, quanto del saldo migratorio. E non necessariamente guardando solo al rientro degli italiani.

Un dato che spicca nei confronti internazionali è infatti la percentuale dei laureati tra gli immigrati, molto più bassa in Italia che altrove. In altre parole, la differenza in negativo tra l’Italia e gli altri grandi paesi europei risiede non nel tasso di emigrazione intellettuale, bensì nella qualità dei flussi immigratori e, di conseguenza, nel saldo del flusso migratorio per persone con elevata qualificazione.

In base ai dati OCSE 2005 (ripresi da “International Migration in Europe: Data, Models and Estimates” edito da James Raymer, Frans Wiilekens), solo il 12,2% degli immigrati in Italia ha un livello di istruzione universitario contro il 38% del Canada, il 25,9% degli Stati Uniti, il 30,5% del Regno Unito, il 18,1% della Francia, il 19,3% del Portogallo, il 21,8% della Spagna e il 33,5% dell’Australia. Ci sono ottimi motivi per concentrare l’attenzione sulla quasi inesistente attrazione di persone qualificate da altri paesi.

E quando si parla di “rientro di cervelli”, di cosa si parla?

A fronte di un problema definito “fuga dei cervelli”, il rimedio di cui normalmente si parla è il “rientro dei cervelli”. E le azioni proposte finiscono per concentrarsi sugli incentivi al rientro di ricercatori italiani. Il che significa limitarsi a un gruppo di persone assai ristretto. Nessun dubbio che questa sia una popolazione con un elevato livello di competenze che può dare impulso a processi di ricerca e sviluppo, che a loro volta si possono tradurre in una maggiore capacità di innovazione industriale. Limitarsi a questo gruppo di persone, tuttavia, rischia di far perdere di vista il fatto che lo sviluppo economico e il rilancio dell’occupazione richiedono molto altro: imprenditori, manager, professionisti. Pochi sanno che il 40% delle più grandi aziende americane è stato fondato da immigranti o figli di immigranti. O che il 25% delle società high tech americane fondate tra il 1995 e il 2005 avesse almeno uno dei fondatori straniero o che il 75% di tutte le aziende finanziate da venture capitalist americani ha almeno un immigrato tra le proprie figure chiave (Chief Executive Officer, Chief Technology Officer, o capo dell’ingegneria).  I dati della Kauffmann Foundation mostrano che, ancora nel 2013, il 25,9% di tutte le nuove iniziative imprenditoriali negli Stati Uniti è stata avviata da immigranti.

Oltre a professori universitari e ricercatori, occorre a mio parere dare attenzione ad almeno 3 tipologie di highly skilled people:

  • Imprenditori. In Italia viviamo nella convinzione di avere ricchezza di talento imprenditoriale. Personalmente ho l’impressione che una parte importante della cultura imprenditoriale italiana si sia formata nel dopoguerra e sia oggi sorpassata e incapace di confrontarsi con i temi imposti dalla globalizzazione. Politiche fiscali che hanno favorito le rendite rispetto al lavoro (anche imprenditoriale) e il clima di sfiducia degli ultimi anni hanno inoltre sfibrato la propensione imprenditoriale tra i più giovani. Non è un caso che perfino nell’ambito delle start up tecnologiche, che pure ha dato qualche segnale di vita nel nostro paese negli ultimi anni, l’Italia si contraddistingua per l’età relativamente elevata degli startupper: una recente ricerca dell’università di Padova su start up high tech e medium tech italiane ha evidenziato che il 41,6% dei fondatori ha un’età tra i 41 e i 50 anni.  Quanto potrebbe beneficiare l’Italia da una maggiore presenza di giovani immigrati con attitudine imprenditoriale?  Esempi come quelli di Almir Ambeskovic, arrivato in Italia da Sarajevo, fondatore di RestOpolis o di Guk Kim, coreano, fondatore di Cibando, sono lampanti. Entrambe queste start-up hanno generato decine di posti di lavoro ed hanno ora attirato l’investimento di 2 grandi multinazionali che le hanno acquisite.
  • Manager. Anche il tema dei corporate expatriates con ruolo manageriale non va trascurato. Un maggior numero di stranieri che viva per qualche anno in Italia darebbe significativi benefici sia alla cultura manageriale delle aziende basate qui sia alla conoscenza e comprensione del contesto italiano fuori dai nostri confini.
  • Professional particolarmente qualificati. Riguardo a questi ultimi penso soprattutto a “rock-star software developer” o, in gergo più recente, “computer scientist” o “data scientist” che sono la vera struttura portante della Silicon Valley. The Economist del 21 febbraio enfatizza giustamente il ruolo di questi professionisti e riporta il fatto che alcuni procuratori di star (c.d. Celebrity Agents) si starebbero addirittura proponendo per assistere i passaggi di carriera dei più dotati programmatori! Ad oggi credo che nessuna azienda italiana si sia neppure mai posta il tema di attrarre data scientist di questo livello. Nei prossimi anni, tuttavia, essi saranno un formidabile motore di crescita economica. In assenza di misure di supporto disegnate su misura, portarli in Italia è semplicemente una Mission Impossible.

Attrarre stabilmente in Italia persone che rientrino nelle tre categorie citate dovrebbe essere una priorità delle politiche di sviluppo. Se pensiamo alle tante caratteristiche che ci rendono, giustamente, orgogliosi del nostro paese (il patrimonio culturale costruito in secoli di storia, le bellezze naturali, la biodiversità, l’attenzione al bello e al design, la cultura eno-gastronomica…), combinato con l’essere tuttora una delle maggiori economie mondiali, … dovremmo avere più chance di riuscire nell’intento di tanti altri paesi.

Ad oggi esistono alcune misure di sostegno alla piccola imprenditoria, alcune delle quali (ad es. il c.d. Prestito d’onore) aperte anche agli immigrati, che tendono a favorire micro-iniziative con un limitato impatto occupazionale. A livello locale/regionale esistono alcuni fondi destinati specificamente all’intrapresa degli immigrati, anche in questo caso privilegiando le micro-imprese. Infine, negli ultimi anni sono stati introdotti alcuni sgravi fiscali a beneficio di italiani che abbiano lavorato o studiato per almeno 2 anni all’estero, quindi orientate al “rientro dei cervelli”. Tuttavia, l’attrarre imprenditori di più alto profilo o il favorire il trasferimento in Italia di senior manager o di data scientist richiede misure ad hoc, a partire da politiche di immigrazione attive verso gli highly skilled people.

  • Nel Regno Unito per molti anni sono state in vigore politiche fiscali favorevoli agli high income individuals provenienti dall’estero.
  • Negli Stati Uniti esiste un programma, l’EB-5 Immigrant Investor Program che garantisce 10.000 green card alle famiglie di persone che investano 500.000$ in business che portino alla creazione di almeno 10 posti di lavoro.
  • In Canada è entrato in vigore il primo gennaio di quest’anno un programma, chiamato Express Entry, che garantisce, nel giro di pochi mesi, un permesso di soggiorno permanente a coloro che dimostrino un elevato livello di qualificazione professionale.

Insomma, in Italia si potrebbe fare molto di più, magari a partire da una sorta di campagna di employer’s branding a livello nazionale. Mi propongo di fornire qualche spunto di maggior dettaglio prossimamente!

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